La vera magia del 2 Novembre: Quando per noi bambini la festa era “I Morti”

Pubblicato il 31 ottobre 2026 alle ore 17:13

Se hai superato i quarant’anni, te lo ricordi di sicuro: per noi, la festa più attesa dell'anno non era il Natale. Tra noi piccoli, a dire il vero, il segreto era già svelato. Grazie ai racconti dei cugini più grandi, sapevamo tutti che Babbo Natale non esisteva. Era solo lo zio Nino con un costume rosso troppo largo, la finta barba bianca e gli immancabili occhiali da sole. E quando il solito bambino furbo chiedeva: "Ma se la zia non ha il camino, come fa ad entrare? E dove ha lasciato le renne Babbo Natale se suona direttamente al campanello?", i grandi zittivano tutti con un imbarazzo palese.

Noi non aspettavamo il Natale. Noi aspettavamo un'altra festa: i Morti.

Il 2 novembre, per noi bambini degli anni ’70 e ’80, era una festa grandiosa fatta di attese e di letterine. Le scrivevamo a chi era passato a miglior vita – al nonno scomparso o persino al pesciolino rosso – chiedendo in cambio dolci e giocattoli.

Qualche giorno prima, i genitori facevano a turno per lasciarci a casa di qualche zia: dovevano andare a "parlare con i morti", cioè alla famosa Fiera dei Morti. Poi arrivava finalmente il 1° novembre: si andava al cimitero a portare un fiore e subito dopo si faceva visita ai nonni, perché anche da loro i morti avrebbero lasciato qualcosa. In un angolo del soggiorno dei nonni si stendeva con cura una tovaglietta con il proprio nome. Lo stesso identico rito si ripeteva una volta tornati a casa la sera: a letto presto, perché se i morti ci avessero trovati svegli, non ci avrebbero lasciato nulla.

La mattina del 2 novembre la sveglia suonava presto. Nessuna campanella, nessuna scuola avrebbe aperto quel giorno: aprivi la porta del salone e gli occhi restavano sbalorditi davanti ai giochi che avevi desiderato e chiesto nella letterina. Passavi la mattinata a giocare, mentre nel pomeriggio l’ansia cresceva per tornare dai nonni. Lì, su quella tovaglietta con il tuo nome, trovavi un altro gioco e gli immancabili dolci della tradizione: le ossa di morto e le rame di Napoli. Poi seguiva un pomeriggio infinito a giocare e a confrontarsi con i cugini.

Perché scrivo questo? Perché Halloween non avrà mai la magia che avevano i nostri Morti. Per noi non era una festa di mostri o importata dall'esterno: era una ricorrenza diversa, fatta di memoria, di affetto e di una gioia profonda che ci portiamo dentro ancora oggi.

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